Film #31

A sangue freddo. Film maturo sulla criminalità, la sociologia e la psichiatria, con tanto di amara e disillusa riflessione sulla pena di morte. Molto particolare e moderno il personaggio interpretato da Robert Blake, che fa quasi tenerezza, nonostante sia uno psicopatico assassino (8).

Angeli ribelli. Violentissimo, straziante e commovente. Anche troppo (7).

Habemus Papam. Cosa c’è in questo film? Cardinali umanissimi e molto terreni, qualche piccola ironia di Moretti sugli usi vaticani ed un po’ sulla psicoanalisi e la messa alla berlina dell’ipocrisia. Dio non c’è, l’ateismo ed il suo illegittimo figlio – il darwinismo – sono appena accennati. Il film è lento e con diverse scene inutili, ma per fortuna il finale non è riconciliato, ed è la parte più riuscita, anche se viene forse troppo drammatizzata dal brano del Miserere di Arvo Pärt (uno dei più grandi compositori contemporanei). L’interpretazione, pessimistica dal punto di vista della Chiesa, è libera: critica aperta a questo papa e/o alla figura del papa in sé e/o alla Chiesa tutta. Ma il film – anche se con troppe dispersioni astruse (il teatro, il torneo di pallavolo) – è soprattutto una pietra tombale sui venditori di fumo (la psicoanalisi e la Chiesa, appunto). Immensi Piccoli, Stuhr e Scarpa (7, che è la media tra il 6 di quasi tutto il film e l’8 del finale).
L’altra verità. Sembra quasi la vicenda di Calipari e della Sgrena, ma Ken Loach, che fa comunque un bel salto in avanti rispetto alle sue recenti sciattezze, vola un po’ troppo basso, scegliendo di mestare nel bitume delle società dei contractor, invece di addentrarsi nei labirinti merdosi degli apparati segreti, militari e governativi (7).

Per Grazia Ricevuta. Ideologicamente sfumato ed indeciso – e quindi, piuttosto giustamente, dubbioso – percorre abbastanza bene l’andirivieni tra pecoreccio e fede (7).

The Eagle. Una vicenda minore, probabilmente inventata, della guerra dell’ultima Roma imperiale oltre il Vallo di Adriano (il muro della Britannia, cioè dell’inghilterra, che separava la parte colonizzata da quella “selvaggia”), è più una questione d’onore privato che di grandiosità romanica. Per fortuna non ci sono eccessi retorici o patetici ed è quasi avvincente (7).
Funny Games [1997]. La pornografia della gratuità della violenza privata, benché sia molto più intuibile che visibile (a differenza del recente Secuestrados). Con accenni surrealistici e metacinematografici, produce effetti stranianti ed irritanti (6½).
A child’s game. Un po’ grottesco alla francese, un po’ inquilino del terzo piano (appunto), un po’ Suspense. Ma tutto sommato irrisolto (6).
Basta che funzioni. Alcune ironie riuscite e freddure quasi geniali, non fanno scordare che è il solito vecchio Allen ma, a parte qualche scorrettezza politica qua e là, troppo ammodino (6).
Il mio nuovo strano fidanzato. Anche se si tratta sempre della solita falsariga di Indovina chi viene a cena? (e di chissà quanti altri film), ogni tanto si ride, seppure le idiozie siano un po’ troppe (6).
Limitless. Accettabile sia come spunto scientifico che come passatempo (6).
Viaggio nella vertigine. Funziona più come tematica ed intento (denuncia, non frequentissima al cinema, del regime sovietico) che come messa in scena, anche se lo scivolamento nell’iperdrammatico piagnucoloso è quasi inevitabile (6).
Hostel 2. Eli Roth è il solito macellaio ed il film è scontato e palloso, anche se riesce a distinguersi dall’assurda pretenziosità del capostipite, per via delle citazioni cinefile e del finale inaspettatamente ironico (5½).
Km 31. Horror atipico parecchio spaventoso, contiene purtroppo troppe banalità (5½).
Shrooms. Noiosetto ma non completamente stupido (5½).
The Bourne Identity. Gli autori sanno come catturare interesse. E questo è tutto (5½).
Adam. L’autismo e le sue varianti hanno spopolato al cinema da Rain Man in poi. In questo caso, se la vicenda in sé funziona benino, non altrettanto si può dire di una forma desueta, saporita come un piatto di pasta in bianco (5).
King Arthur. A volte lontanamente entusiasmante, troppo spesso tronfio e ridondante (5).
Mammuth. Il connubio tra grottesco e poetico funziona a sprazzi, perché a prevalere è più il registro patetico (5).
My Son My Son What Have Ye Done. Come al solito i film di Herzog – che non necessariamente sono brutti – sono faticosissimi ed oscuri. Qui c’è sostanzialmente un depresso cronico che ammazza la mamma, e la sua vicenda viene trattata tra onirismi, movimenti di macchina stranianti ed assurdi avvenimenti pseudo-spirituali e nonsense. Duepalle (5).
Robin Hood [2010]. Quasi mai avvincente, spesso noioso e scontato, sia come storia che come stile. Monotono (5).
Secuestrados. Violentissimo, sia psicologicamente che fisicamente, e pure senza uno spiraglio di luce. Facile che faccia incazzare, ma non si capisce l’intento, a parte terrorizzare la gente sui sequestri domestici (5).
Win Win. La buona interpretazione di Giamatti non riesce a far sollevare un film sciapitino e con pochi spunti (5).
Blindness. Un’epidemia che va e viene, ma non è un horror infettivo e men che meno zombesco alla Romero. Potrebbe essere un horror dell’anima, ma è d’una pochezza talora imbarazzante (4½).
La Niña Santa. La santità non c’entra una mazza. O meglio: è una specie di ironia su un’adolescente con le fregole nei confronti di un uomo maturo. E le fregole imperano anche altrove. Ma questa idiozia viene messa in scena con un finto minimalismo intellettualoide, molto insipido e sciatto (4½).
Punto di non ritorno. Uno spunto scientifico interessante (buchi neri ed orizzonte degli eventi) finisce nella fantascienza soprannaturale. E, ovviamente, nel ridicolo (4½).
The hunted – La preda. William Friedkin non è più lui, se ha potuto realizzare un film allo stesso tempo noioso, sbrigativo e banale, coinvolgendo nella disfatta anche gli onesti (e qualche cosa di più) Lee Jones e Del Toro (quest’ultimo particolarmente fuori posto) (4½).
Cappuccetto rosso sangue. Ennesima rivisitazione con pochissimo senso ed anche meno interesse (4).
L’uomo dalla cravatta di cuoio. Ci sono film che restano validi in eterno ed altri che, poco più che quarantenni, non hanno assolutamente più nulla da dire. Qui il solito reazionariato di Don Siegel dipinge poco bene lo scontro tra uno spaesato ed inespressivo (più del solito) Eastwood campagnolo e la New York sessantottina. Siluriano (4).
Stato di grazia. Un film mafiorkese oppresso da una lentezza avvilente e dalla musica pallosa di Morricone (4).
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Uomini senza legge (6½).
Offside (6).
Machete (5).
Repeaters (4).
Pianeta rosso (3)


















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