Cumulativo film (#16)
La sottile linea rossa. Sì, parla di guerra e c’è la guerra dall’inizio alla fine ma, paradossalmente, è qualcosa di più. La guerra è solo un paradigma, poco più che una scusa per sussurrare – come i pensieri narranti dei personaggi – come tutto sia privo di senso (7½).
Appaloosa. Western fatto bene, classico, modesto ed onesto (7).
Flash of Genius. Intenso e sentito (7).
The Big White (6½).
Pulse – Kairo. Confusionario e confuso, a tratti affascinante e certamente non privo di qualche idea. I fantasmi non uccidono la gente perché vorrebbe dire generare altri fantasmi (6+).
Strafumati. Con film come questo c’è sempre il rischio di non riuscire a ridere neanche una volta. Stranamente invece qualche risatella riesce a strapparla. Peccato per il finale sovrabbondante (6+).
Danny the Dog (6).
2012. La quintessenza del catastrofismo (la fine del mondo o quasi) e del genere catastrofico. Lo stato dell’arte dal punto di vista spettacolare, anche se molto presto gli effetti visivi stancano ed annoiano. Ma la cosa più debole del film è la poetica corretta ed umanitaria, ovvero buonista e collaborazionista, che assurge al ruolo di co-protagonista. Ed è talmente invadente, come del resto l’hollywoodismo (accezione categorica negativa) nel suo insieme, che opprime fino alla nausea (5+).
Reservation Road (5+).
Thumbsucker – Il succhiapollice (5+).
Codice 51 (5).
The Nun. Molto, troppo indeciso se restare horror o sposare la causa psichiatrica, si rivolge, si stravolge e s’oscura (5).
Piggy Banks. Odiosa puttanata, noiosa e presuntuosa (5=).
Ultimatum alla Terra. I remake sono quasi sempre fuori luogo e questo non fa eccezione, ansi: è il paradigma dei remake sbagliati. Quello che negli anni Cinquanta era una rarità (una fantascienza sinceramente pacifista in piena Guerra Fredda), si trasforma in una falsità banalotta, ultra-pseudo-ecologista, inutile e disutile forse ancora di più dell’impegno (già finito ne’vvero?) di un qualsiasi Al Gore (4).

















