Cumulativo film (#15)
Tony Manero. Miseria, disperazione e sconfitta in un Cile oppresso dal regime militare. Da cui emerge, prepotente e squallida, la figura di una specie di Henry (pioggia di sangue), ancora meno drammaturgica e stereotipata dell’originale, ma altrettanto violenta ed abbietta. Forse addirittura di più (7).
Il delitto Fitzgerald. Sempre in bilico tra profondità e banalità, riesce a non cadere quasi mai nella seconda (7).
U-Boot 96. La Seconda Guerra Mondiale sottomarina dalla parte dei tedeschi: prospettiva più unica che rara. Nella difficilissima intenzione di conciliare la disillusione di alcune frange più navigate della marina, la narrazione epica e le vicende intimistico-personali, sorprendentemente il film riesce nell’intento. Forse 3 ore e passa sono un po’ troppe ed infatti alcune sequenze potevano essere omesse o abbreviate in quanto ripetitive; ma è comunque apprezzabile l’anticonformismo contro l’hollywoodismo che vuole i film sotto le due ore (produzione tedesca) (6/7).
Drag Me to Hell. Non ha vette particolari d’inventiva od originalità, anche se alcune trovate sceniche sono indubbiamente riuscite. La differenza più evidente tra l’horror di Sam Raimi ed il miglior horror giapponese è duplice: quest’ultimo è cupo e statico, mentre Raimi è ironico e dinamico. Due stili agli antipodi, anche se il pessimismo è identico. Però la paura raimiana è scanzonata ed allegra. Peccato per la smaccata prevedibilità del finale, altrimenti si sarebbe potuto parlare di un nuovo piccolo miracolo, un gioiellino come Raimi non faceva dai tempi dell’Armata (6/7).
La Seconda Notte di Nozze. Vale più che altro come prova attoriale, perché come film in sé è un po’ povero. Bravi tutti (Abanese, Ricciarelli e Marcorè) ma non eccelsi (6½).
State of Play (6½).
Kung Fu Panda (6½).
Polvere. Film volenteroso ed intenso, che soffre proprio nel volerlo essere troppo ed a tutti i costi. Troppi personaggi conducono a prove attoriali nel complesso così così (6+).
The Uninvited. Seguendo il demente trend del cinema horror americano dei remake di film orientali (Ring, Grudge, ecc.), questo noninvitato sarebbe il rifacimento di Le due sorelle, cupo ed ingarbugliato horror psicologico. Malgrado le premesse ed anche se cerca di essere più intelligibile dell’originale (che può essere un difetto), il film non riesce a risultare indigesto (6+).
Days of glory – Indigènes (6+).
Dov’è la libertà? Un Totò un po’ insolito si sposa così così col neorealismo rosselliniano. Ne viene fuori un film amaro e pessimistico più che ironico e sarcastico (6+).
Gli Amici del Bar Margherita. Mai un guizzo, uno scarto, un’invenzione originale. Il difetto più grave, come in quasi tutto Avati, sta proprio nella cifra stilistica di base (e nell’insistenza con cui la ricerca): l’inseguimento del sussurro e del tenue sempre e ad ogni costo. Fino a creare sopraffazione e disagio per così tanta melensaggine (6-).
Nell. Intriso e gocciolante del più tipico e nauseante politicamente corretto hollywoodismo, resta come notevole prova di Jodie Foster e della doppiatrice (5½).
Sleuth – Gli insospettabili. Branagh va d’accordo con l’humour nero, è ovvio, ed il film scorre pure bene, con buoni dialoghi ed un solido impianto teatrale. Ma è quello che succede a convincere poco; l’umorismo diventa farsa ed irrompe presto la banalità (5½).
Alla deriva (5+).
Il Sangue dei Vinti. Apprezzabile quanto ad intenti, soffre gravemente per una realizzazione approssimativa e formalmente sbagliata. Attori non all’altezza, Placido a parte, benché anche lui non eccella (5).
Louise & Michel (5).
L’Ingorgo – Una Storia Impossibile. Comencini vorrebbe denunciare tutta la società moderna, le sue umanità che annaspano nell’abbiettitudine. Ma lo fa in un modo così insolente ed insistito, da risultare irritante ed indigesto. Finendo in una banalità d’intenti e risultati che sconcerta (5).
Visions (5).
Deal (5).
Viaggio al centro della Terra 3D. Remake fallace e fallito sotto ogni punto di vista (4½).
The Mad. Mammamia che trojajo; non siamo più neanche nello stile demenziale alla Troma, benché cerchi di scimmiottarlo (3½).
Cenci in Cina. Talmente brutto che c’è il rischio che tra qualche anno possa diventare un cult trash. Quasi (3).















