The Blair Witch Project
di Daniel Myrick e Eduardo Sanchez (USA, 1999), con Heather Donahue, Michael Williams, Joshua Leonard.
Maryland, ottobre 1994, tre studenti, Heather, Joshua e Michael si inoltrano a piedi nella Black Hills Forest per girare un documentario su una leggenda locale: quella della strega di Blair. I tre sparirono senza lasciare traccia. Un anno dopo venne ritrovato il loro filmato, un diario inquitante di quei cinque giorni trascorsi nel bosco.
Ha rappresentato un vero e proprio evento nel panorama horror degli ultimi tempi, portando alle estreme conseguenze la tecnica di ripresa pseudo-documentaristica, che era già parzialmente contenuta in altri film del passato, primo fra tutti il deviante/malato Cannibal Holocaust (uno dei capisaldi dei cannibal horror, il migliore se non ci fossero feroci uccisioni di animali, inaccettabili nel cinema di ogni tempo e luogo). In TBWP la soggettiva delle due macchine da presa – una digitale ed una a pellicola 16mm – costituisce tutto il film, senza alcun inserto da cinema “normale”. Chiaramente si tratta di una finzione.
Odiato ed amato in ugual misura da vaste schiere di spettatori, è indubbio che si tratti di opera particolare e, anche solo come tale, è per lo meno da rispettare. Ricordo che quando uscii dal cinema dopo averlo visto per la prima volta, mi sentii preso per il culo perché, a parte alcune voci e certe costruzioni di vago sapore voodoo ritrovate nel bosco da parte dei protagonisti, non c’è nessun elemento anche solo lontanamente appartenente alla classicità del cinema horror (efferati omicidi, fantasmi, presenze soprannaturali in genere, ecc.). E, nonostante questo, è un film profondamente horror, anche se non si vede quasi nulla.
La tensione ed il mistero sono imperanti durante tutto il film, anzi, direi che, da soli, sono tutto il film: la prima – la tensione – sale piano piano e diventa sempre più angosciante, ai limiti dell’insostenibile. Il secondo – il mistero – inizia e finisce con il film stesso; e quindi resta anche alla fine: nessuna spiegazione, più o meno posticcia, razionalizzante o conciliante. E questi aspetti rappresentato contemporaneamente il buono ed il brutto di TBWP, le ragioni per cui, come si diceva, può essere odiato od amato. E se dopo la prima visione al cinema io facevo parte più degli odianti, oggi, dopo averlo rivisto, sono più schierato con gli amanti. Pur non amandolo fino in fondo. Perché la tecnica dell’elisione, del non-detto, del solo accennato è francamente troppo spinta. E’ vero che il film rifugge la chiarezza e sposa il mistero ad oltranza, proprio per tenere alta la tensione ed essere sommamente pauroso ma, se ci si pensa bene, questa è solo una vigliaccata, uno stratagemma narrativo, tanto estremo quanto intimamente codardo. Cioè: siccome quasi tutte le volte che in un horror il mistero si svela, la paura e la tensione scemano… tiè! si mantengono il mistero ed il dubbio fino alla fine! Ma l’arte, la bravura sta(rebbe) proprio nella ricerca di un mistero non banale ed almeno un abbozzo di spiegazione convincente…
Ripeto, non riesco ad amarlo con tutto me stesso; e non ci riesco perché m’infastidisce la sua presunzione d’interpretare la quintessenza dell’orrore, la summa delle paure del mondo inconscio e del mondo esterno. La sua presunzione di essere quello che è: un horror perfetto. Troppo perfetto.
Oscuro. (8)










[...] al punto di vista verista in soggettiva, seppure nel limite dell’inflazione del mezzo, dalla Strega di Blair in poi. E soprattutto perché non vedi praticamente nulla. [...]
[...] e, forse, è proprio l’incertezza il punto di forza del film. Tra La cosa, Shining, The Blair Witch Project e gli eccessi dei timori neo-pseudo-ecologisti, regna quasi sempre il mistero, e la tensione fa sì [...]
[...] Più dalle parti della strega di Blair che di Paranormal Activity, è un po’ più articolato di quest’ultimo, per lo meno per [...]
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